
L’Italia è un paese in cui da sempre si investe poco sulla formazione delle persone, specie su di una formazione di massa. Un paese che continua a ritenere sostenibile un sistema di istruzione che lascia indietro nei percorsi una grande parte degli individui a cui si rivolge.
Gli effetti di questa miopia sono evidenti e gravissimi. Le statistiche, infatti, da un decennio ci dicono che nel nostro Paese il tasso di dispersione scolastica è decisamente più alto della media europea. In Italia troppi ragazzi decidono o sono costretti a non diplomarsi; per problemi economici e culturali abbandonano, anche prima dei 16 anni, il proprio percorso di studi.
L’istruzione non può essere considerata un investimento che le famiglie, in base alle loro possibilità, fanno per il futuro dei propri figli; dev’essere, come scritto nella costituzione, un diritto-dovere di tutti.
La globalizzazione, nonostante le sue grandi contraddizioni, lo sappiamo, non è un gioco a somma zero: è anche un’occasione per tutti. Per tutti gli individui, come per tutti gli stati nazionali, di misurare i propri talenti e le proprie risorse, per mettersi in discussione e progredire.
Non possiamo pensare, però, che una sfida come questa possa essere colta e “giocata” al meglio da una comunità di persone portate a decidere sul proprio futuro guardando al proprio passato; guardando alle proprie condizioni economiche e culturali di partenza, anziché alle proprie capacità e alle proprie ambizioni.
Solo mettendo le persone nelle condizioni di scegliere un loro percorso di vita e di viverlo liberamente il nostro Paese si trasformerà in una comunità moderna, all’altezza della situazione. Una comunità – o un insieme di molteplici comunità, nella scuola dell’autonomia - di individui liberi di affrontare il proprio futuro.
In Italia le leggi sul diritto allo studio sono di esclusiva competenza regionale. Questo genera una legislazione fortemente disomogenea nei diversi territori, ai quali è lasciata persino la libertà di decidere su approcci culturali autonomi, di regione in regione, in mancanza di un quadro nazionale di riferimento entro il quale collocare i propri provvedimenti.
Si va da regioni che, sulla base di un modello che prova a farsi carico delle condizioni di tutti, stanziano molti fondi per borse di studio, trasporti, libri di testo ecc.. ad altre che invece concepiscono il diritto allo studio come “rimborso” delle spese sostenute a quelle famiglie che liberamente scelgono o si possono permettere di spendere e investire sull’istruzione dei figli. Spesso questo modello si traduce in bonus elargiti ai nuclei familiari di studenti delle scuole private.
Ovviamente tra questi due modelli, se presi come estremi, c’è una maggioranza grigia di regioni che stanziano pochissimo e/o si interessano ancor meno dal punto di vista sociale e politico del diritto allo studio, ignorandone innanzitutto la centralità all’interno delle politiche economiche del territorio.
Fino ad oggi in Toscana la situazione è stata rosea: la nostra legge regionale è una delle più avanzate e potrebbe essere una buona base per un provvedimento nazionale. Ma con la crisi e i tagli del Governo, perfino questi diritti che per i toscani sembrano intangibili, sono messi in discussione.
Da tempo gran parte delle associazioni studentesche, tra cui FdS, hanno sollevato la questione, chiedendo una legge quadro nazionale sul diritto allo studio che fissi i livelli minimi garantiti in tutte le regioni; pensiamo anche che su questo tema sia necessaria una riflessione, perché di regione in regione non può esserci una impostazione culturale diversa nel mettere tutti nelle stesse condizioni per studiare, perché significherebbe avere diverse impostazioni sul senso stesso della scuola.
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